IL VERONESEProtagonista, con Tiziano e Tintoretto, della splendida stagione artistica del Cinquecento veneziano, Paolo Caliari detto il Veronese nasce a Verona nel 1528, da Gabriele “spezapreda” (‘scalpellino’) e Caterina. La sua formazione avviene, a partire dal 1541, presso la bottega del pittore Antonio Badile dove apprende un elemento destinato a divenire preziosa costante del suo stile: il disegno che contorna zone di superficie colorate e giustapposte, e rivela, oltre ad una complessità costruttiva di stampo manierista, anche un nuovo e personale senso della luce e del colore. Paolo Veronese è uno degli artisti italiani più amati all’estero, al Louvre, a una delle sue Cene: “Le nozze di Cana”, viene dedicata un’intera, immensa sala, proprio vicino alla Gioconda.
E fu proprio una di queste cene a procurargli i ben noti guai con l’Inquisizione. Il quadro in questione era inizialmente l’Ultima cena, dipinta per il refettorio del convento dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia. Il quadro fu consegnato il 20 aprile del 1573, ma il luglio di quello stesso anno il Veronese venne chiamato di fronte all’Inquisizione per giustificare un’interpretazione troppo libera e irrispettosa della vicenda evangelica, e addiritura il sospetto che vi fosse in qualche modo espressa, con un complesso simbolismo (i soldati armati alla tedesca, il buffone con il pappagallo simbolo della lussuria, il servo colto da epistassi, il fatto che sia Pietro e non Cristo a spezzare l’agnello), un’adesione, del committente e forse dell’autore, alle idee luterane che la controriforma stava cercando di estirpare (il concilio di Trento si era concluso nel 1563). Celebre è rimasta l’autodifesa del pittore di fronte al tribunale ecclesiastico:
“Chi credete voi veramente che si trovasse in quella cena?”
“Credo che si trovassero Cristo con li suoi Apostoli, ma se nel quadro li avanza spacio, io l’adorno di figure, secondo le invenzioni.”
“Li par conveniente che alla cena ultima del Signor si convenga dipingere buffoni, todeschi, nani et simili scurrilità?”
“Io fazzo le pitture con quella considerazione che è conveniente, che il mio intelletto può capire [...] Nui pittori si pigliamo licentia, che si pigliano i poeti e i matti. Se nel quadro li avanza spacio il l’adorno di figure come mi vien commesso et secondo le invenzioni”.
Nonostante tutto al Veronese fu intimato di modificare a sue spese la tela (la realizzazione di opere così estese, per pigmenti utilizzati e ore di lavoro del maestro e degli aiutanti, era costosissima), in modo di renderla consona al tema. Veronese si limitò a cambiarle nome, non più L’ultima cena, ma Cena a casa di Levi.
Verrebbe da sorridere all’ironia del pittore, ma basta pensare a Giordano Bruno bruciato vivo nel 1600 per ricordarsi che l’inquisizione all’epoca non era cosa con cui scherzare così a cuor leggero.