L'ARRESTO DI GIORDANO BRUNO A VENEZIANella primavera del 1591 Giordano Bruno, viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali Bruno si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Perché mai nell’autunno del 1591 Giordano Bruno, ricevuto a Francoforte l’invito del nobile Giovanni Mocenigo di venire a Venezia, abbia accettato di tornare in Italia, dalla quale si era allontanato nel 1578 per sfuggire a un processo di eresia aperto a Napoli nel 1576, e dopo aver abiurato il cattolicesimo aderendo al calvinismo. Poiché il Mocenigo non era soddisfatto del profitto che ricavava dagli insegnamenti di Bruno, forse perché pensava che questi non volesse metterlo a parte delle sue conoscenze, come si dovrebbe dedurre dall’insistenza con la quale cercò di trattenerlo, quando il filosofo gli comunicò la sua intenzione di partire per Francoforte e dalla violenza che usò, la notte del 22 maggio 1592, facendolo rinchiudere dai suoi servitori in un solaio. Il giorno dopo Mocenigo mise per iscritto una denuncia contro il Bruno che consegnò subito alla Santa Inquisizione in Venezia nella persona di Giovan Gabriele di Saluzzo; vi riportò accuse gravissime La stessa sera del 23 maggio Giordano Bruno è prelevato dalle guardie dalla casa del Mocenigo e trasferito nelle carceri del Sant’Uffizio di San Domenico di Castello. In questo carcere, non più esistente e che sorgeva nell’attuale via Garibaldi, Bruno divide la cella con altri sette detenuti: è inevitabile che fra tanti si parli e ci si confidi e di questo il Nolano farà presto amara esperienza. Le carceri di Tor di Nona, situate alla sinistra del Tevere, di fronte a Castel Sant’Angelo, erano costituite dalla medievale torre Orsini e dagli edifici che vi si raggruppavano intorno. Furono trasformate cinquant’anni dopo in teatro dopo la costruzione delle “Carceri nuove” nella vicina via Giulia e il teatro fu a sua volta demolito alla fine dell’Ottocento per far posto ai muraglioni che fiancheggiano il fiume. Chiamate “la prigione del papa”, la maggior parte dei reclusi veniva poi giustiziata nella vicina piazzetta che si apriva davanti al ponte Sant’Angelo; altri luoghi di supplizio erano piazza Navona e Campo de’ Fiori. Il 12 febbraio 1600, L’ Avviso di Roma riportava che «hoggi credevamo veder una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un domenichino de Nola, heretico ostinatissimo, che mercoledì in casa del cardinal Madrucci sentenziarono come auttore di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, nonostante che ogni giorno vadano teologhi da lui». Fu un rinvio di quattro giorni. Il giornale dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato, chiamata a prelevare dal carcere di Tor di Nona i condannati per accompagnarli al rogo, registra il 17 febbraio che Bruno «esortato da’ nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di san Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette sempre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità. E tanto perseverò nella sua ostinatione, che da’ ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, aconpagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita».