MICHELANGELO ANTONIONI“Penso che gli uomini di cinema debbano sempre essere legati, come ispirazione, al loro tempo. Non tanto per esprimerlo nei suoi eventi più crudi e più tragici, quanto per raccoglierne le risonanze dentro di sé.” Dal suo primo lungometraggio, Cronaca di un amore (1950) fino al più recenteEros (2004), Michelangelo Antonioni si è rigorosamente ispirato alla realtà del suo tempo per scandagliare conflitti e sospensioni, psicologie e sentimenti dei protagonisti del suo cinema.
Nato a Ferrara il 29 settembre 1912, dopo aver frequentato il ginnasio e l’Istituto Tecnico, si laurea in Economia e Commercio, a Bologna. Durante il periodo universitario si interessa di teatro e con un gruppo di amici mette in scena Cechov, Ibsen e Pirandello. Contemporaneamente collabora come critico cinematografico al Corriere padano, il quotidiano di Ferrara. Nel 1940 decide di trasferirsi a Roma per avvicinarsi al mondo del cinema. Si è già cimentato dietro una macchina da presa, una Bell and Owell 16 mm, quando ha cercato di realizzare un documentario all’interno di un manicomio della sua città. La reazione sconvolgente e imprevista dei malati gli ha impedito le riprese, ma lui serberà a lungo il ricordo di quei momenti. A Roma entra nella redazione della rivista Cinema, si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia e nel 1942 collabora alla stesura di Un pilota ritorna (Roberto Rossellini, 1942). Quando la Scalera Film lo manda in Francia per fare l’aiuto regista di Marcel Carné (per L’amore e il diavolo, 1942), si trova davanti un uomo che lo accoglie con una malcelata diffidenza. Tornato in Italia inizia a girare il suo primo documentario, Gente del Po (1947), ultimato dopo la fine della guerra. Continua la sua attività di sceneggiatore (Caccia tragica, Giuseppe De Santis, 1946) e insieme a Luchino Visconti lavora a due progetti che non riescono ad essere realizzati. Ha 38 anni quando porta a termine il suo primo film (Cronaca di un amore, 1950), con Lucia Bosé e Massimo Girotti, ritratto dell’alta borghesia milanese che viene accolto con favore dalla critica e dal pubblico. Successivamente, quando presenta ai produttori i suoi progetti, è già considerato un regista difficile, di incerto esito al botteghino. Per La signora senza camelie (1953) vorrebbe una comparsa di Cinecittà, una bruna dai begli occhi, ma i produttori insistono per un nome già collaudato, quello di Lucia Bosé, la quale non sembra proprio a suo agio in quel ruolo. La comparsa si chiama Sofia Scicolone e molti anni dopo, quando sarà diventata la grande Sophia Loren, mediterà più volte, insieme a lui, di recuperare quell’occasione mancata.
Negli anni ’50 deve superare ogni genere di difficoltà e ripetuti problemi con la censura. In questo clima dirige I vinti (1952), Le amiche (1955), Il grido (1957) e L’avventura (1960), con cui vince il Premio Speciale della Giuria al Festivaldi Cannes. Il film, il primo che gira con Monica Vitti alla quale rimarrà sentimentalmente legato per molti anni, è accolto in Francia con grande entusiasmo e gli consente di realizzare La notte (1961) e L’eclisse (1962), con cui si impone definitivamente a livello internazionale.
Ribattezzato come il regista dell’alienazione e dell’incomunicabilità (anche Dino Risi, per bocca di Gassman, non resiste alla tentazione di ricordarlo, Il sorpasso, 1962), nel 1964 abbandona il bianco e nero e passa al colore per raccontare le inquietudini di Giuliana, moglie insoddisfatta e adultera infelice (Deserto rosso, 1964).
A metà degli anni ’60 valica i confini nazionali per inseguire, ancora una volta, la realtà del suo tempo. Si sposta in Inghilterra, nella swinging London dei capelloni e delle prime minigonne, con l’intento di fotografare una storia dai contorni indefiniti (Blow-up, 1966) e poi si trasferisce negli Stati Uniti dietro le tracce della contestazione giovanile americana (Zabriskie Point, 1970), dove immortala ‘l’esplosione’ della società consumistica alla luce di 17 macchine da presa. La sequenza finale di Professione: reporter (1974), invece, la riprende tenendo ferma una specialissima macchina da presa per ben sette minuti, dopo che in Cina lo hanno appena messo al bando perChung Kuo, Cina (1972), un documentario di quattro ore sulla Cina popolare.
E’ lui a realizzare il primo esperimento di cinema elettronico in Italia (Il mistero di Oberwald, 1979), eppure dopo Identificazione di una donna (1982), nonostante sia considerato uno dei registi più illustri e autorevoli del cinema mondiale, i suoi progetti incontrano ancora mille difficoltà. Nel frattempo nutre altri interessi. Scrive una raccolta di racconti Quel bowling sul Tevere, pubblicata nel 1983 da Einaudi. Continua a coltivare la passione per la pittura e le sueMontagne incantante, ottanta piccoli quadri, vengono esposte in una mostra al Museo Correr di Venezia.
In seguito gira uno spot per la Renault e realizza un videoclip per una canzone di Gianna Nannini,Fotoromanza. Nel 1985, quando finalmente sta per dirigere un film tratto da un suo racconto, la malattia lo sorprende e lo costringe ad una forzata inattività. Con l’aiuto e l’amore della moglie Enrica Fico riesce a lavorare ancora. Insieme a lei incontra Wim Wenders, la sua Ferrara e una schiera di grandissimi attori con cui si libra Al di la delle nuvole (1995). Dopo aver compiuto ottanta anni è ricomparso sul set per girare uno dei tre episodi che compongono il film Eros (i due compagni di viaggio di questa nuova avventura sono due nuovi maestri del cinema, Steven Soderbergh e Wong-kar Wai).
Il 30 luglio del 2007 muore all’età di 85 anni.