Secondo la leggenda, la dea Maja, la maggiore delle Pleiadi e figlia di Atlante, provenendo dalla Frigia sbarcò con una corte di amazzoni sulle coste abruzzesi nei pressi di Ortona, alla ricerca di miracolose erbe di montagna che ser¬vissero a medicare le ferite di Ermes, il figlio avuto da Zeus. Ma il figlio morì e subito dopo lo seguì anche Maja affranta dal dolore.

Fu così che nacquero i due gruppi montuosi più alti dell’Appen¬nino, il Gran Sasso e la Majella. Quanto al primo, ad osservarne il profilo dalla costa tra Pescara e Ortona, pare pro¬prio un gigante pietrificato, sdraiato a braccia conserte (D’Annunzio chiamò al femminile la “Bella dormiente”), mentre la Majella, più discreta, sembra raggo¬mitolata su se stessa e lacerata da profonde gole e valloni.

Majella montagna sacra, quindi, la “montagna Madre”, “nido di santi e di eremiti”, come la definisce Petrarca ne “La vita solitaria”. E infatti la Majella fu nel Medio Evo meta prediletta di eremiti che scavarono le loro dimore nelle gole più inaccessibili. Viaggeremo tra gli aromi più tipici della zona offerti dall’aglio rosso di Sulmona conservato in lunghe trecce fatte a mano (ingrediente fondamentale in Abruzzo per i piatti di pesce, per le verdure ripassate in padella, per i fagioli, per i maccheroni alla “puttanesca) e dallo zafferano.

Spezia di origine antichissima (ne parla Ovidio), è alla base di molte ricette tanto che il risotto alla milanese sarebbe in realtà una copia quattrocentesca del risotto “navellese”.